“Pollino chiama Pollino”

Pubblichiamo la relazione svolta dal Presidente del Parco Nazionale del Pollino, Domenico Pappaterra, alla presentazione del libro “Lucani altrove. Un popolo con la valigia“, del giornalista lucano Renato Cantore, svoltasi a Castrovillari (CS) il 20 dicembre 2007. La presentazione ha ispirato un’idea-progetto, illustrata durante la manifestazione – di cui riferiamo nelle news – denominata per l’appunto “Pollino chiama Pollino”.

Pollino chiama Pollino

“Il Parco Nazionale del Pollino è meno popolato di quanto lo siano le nostre comunità originarie di questo territorio all’estero. Sembra un paradosso, ma è la realtà: una realtà effettuale che potrebbe “spaventare” e rendere negativo un fenomeno storico mai del tutto arrestatosi. Ma che, a mio parere, può assumere dei connotati positivi, soprattutto “diversi” dal passato.

L’approccio culturale verso l’esperienza dell’emigrazione – che oggi assume altri significati rispetto a quella storica dell’Ottocento e dei primi del Novecento, che s’interseca con l’immigrazione di cui pure il nostro territorio è protagonista e, al contempo, con un’ancora viva emigrazione, più ristretta, meno traumatica, ma pur sempre importante, che determina un apparente impoverimento della nostra società – l’approccio culturale, dicevo, dev’essere “altro”, rispetto al passato.

Per questo abbiamo voluto presentare il libro di Renato Cantore nel Parco, nella città più popolosa dell’area-protetta, la cui vivacità culturale è storica quanto la migrazione dei suoi uomini e delle sue donne.

Il libro del capo redattore della Rai di Basilicata dimostra quante storie esistano, in giro per il Mondo, che ci appartengono. Quanto sia esteso il nostro “altrove” e quanto, oggi giorno, nell’era della globalizzazione, sia facile comunicare con esso, scambiare esperienze, messaggi, valori. Tanto da auspicare, com’è nelle intenzioni dell’autore, un ritorno dei nostri migranti, che magari – aggiungo io – ci aiuti a rinvigorire quella parte di società che appare senza futuro e né speranza.

La testimonianza di identità che Cantore ricostruisce con il suo appassionante racconto, da noi percepite attraverso anche esperienze personali e scambi familiari con oriundi che abitano “altrove”, identità che appartengono alla Basilicata così come alla Calabria, ci suggerisce l’idea-progetto “Pollino chiama Pollino”, per dire che il Pollino chiama i suoi figli, sia che si trovino nelle Americhe, sia che si trovino in Europa o in Africa. Un progetto che l’Ente Parco intende promuovere in collaborazione con il prof. Vittorio Cappelli che da anni, ormai, indaga l’emigrazione calabro-lucana, che desidera usare il pretesto dell’emigrazione, nelle sue varie accezioni, per offrire al Parco e al suo territorio spunti e input nuovi, freschi, dinamici, tali da “smuovere” persino la nostra stessa identità, quella di chi ha scelto di continuare a vivere qui, di chi come Renato Cantore che, se non ha avuto il coraggio di “fare le valigie” per trasferirsi “altrove”, ha senz’altro manifestato un coraggio ancor maggiore rimanendo e affrontando le angustie, ma anche le gioie e le soddisfazioni, a volte, della vita della provincia meridionale.

L’idea-progetto, dunque: riuscire a raccontare, attraverso un “viaggio-ricerca” da svolgersi nell’arco di un anno, se non più, le comunità omologhe di alcuni centri del Parco: immaginiamo un percorso che vada alla ricerca dell’emigrazione storica, quella verificatasi tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, da Castrovillari, Morano Calabro, Mormanno, Laino Borgo e Laino Castello, Saracena, Lungro, Santa Domenica Talao ed ancora da Lauria, Castelluccio, Rotonda, Viggianello, San Severino Lucano, Francavilla in Sinni, Latronico verso le corrisondenti comunità fuori Patria, quelle popolose città nelle città che parlano i nostri dialetti, che usano ancora le nostre tradizioni gastronomiche, culturali e religiose, che venerano i Santi e le Sacri Immagini della Madonna che qui, da noi, incarna la Storia di Luoghi e di Tempi vissuti da generazioni. Quelle che hanno instaurato nuovi modelli e nuovi mestieri, magari anche “autoctoni” del nostro territorio.

L’obiettivo – voglio chiarirlo subito a scanso di equivoci – non è fare viaggi/vacanza del tipo di quelli accennati con la punta della penna indagatrice del cronista da Cantore, che insinuano il sospetto dello sperpero di denaro pubblico per interessi più personali che collettivi. Ma per disegnare un progetto strategico che guardi oltre, verso “altrove”, appunto, per guardare anche in casa propria.

Appena insediato alla guida dell’Ente Parco, come Commissario, nella prima relazione tenuta all’Assemblea della Comunità del Parco che qui, da qualche mese, ha la sua prima sede definitiva, ho avuto modo di tracciare la mission del mio mandato indicando un aspetto su tutti: il recupero dell’identità del cittadino del Parco, la valorizzazione dell’orgoglio di appartenere a quest’area meravigliosa che il Mondo intero ci invidia.

Poterlo fare anche attraverso la conoscenza del nostro passato e del nostro presente, ci può aiutare a dar vita ad un futuro più roseo, che trovi giovamento dalla scelta “coraggiosa” e a tratti ardita di rimanere qui.

Dell’emigrazione storica, ma anche di quella degli anni del boom economico, che fu perlopiù interna, sul territorio nazionale, e, infine, di quella contemporanea, la cosiddetta “emigrazione dei cervelli”, vorremmo mettere in evidenza la sua dinamicità.

Siamo un popolo di migranti, per necessità, senza dubbio, il più delle volte. Ma siamo anche un popolo di “ricercatori”, di “scopritori”, di “viaggiatori”, che cerca di allargare i propri confini perché ha bisogno di solcare nuovi selciati, di intraprendere nuove esperienze, di incontrare altri simili e diversi.

Quello che se ne potrà ricavare lo immaginiamo come un patrimonio incommensurabile tanto quanto il pregio naturalistico e antropico del Pollino che in un’ottica del genere potrebbe ricavare scambio di esperienze utili a nuove intraprese economiche, a nuove e innovative pratiche ambientali e culturali, ma anche una implementazione consistente dei propri flussi turistici. Si potrebbero aprire scenari e mercati oggi assolutamente inconsistenti e inesplorati, ma che pure ci sono perché dalle Americhe, dall’Europa, vi sono i nostri connazionali, gli oriundi, che ritornano, che viaggiano, chi può, con una certa frequenza e che già, a nostra insaputa, ad insaputa delle Istituzioni, gemella i nostri territori, la sua personale visione antropologica, la sua percezione del paesaggio, con quella delle genti che popolano altri emisferi e latitudini.

Cosa potrà produrre, un simile approccio: TANTO, semplicemente tanto. Nuovi valori, nuova economia, quindi nuovo lavoro se mutuate esperienze di successo e se utilizzati i “cervelli emigrati”, la costruzione di un mondo parallelo e contiguo, una fratellanza tra comunità che mostri i lati positivi della globalizzazione e metta in ombra i suoi limiti endemici.

Il viaggio-ricerca che si rivolgerà all’America Latina, al Nord America e agli Stati Uniti, ma anche, per l’emigrazione degli anni Sessanta, al resto dell’Italia e all’Europa, troverà nell’autorevolezza della ricerca storica dello studioso Vittorio Cappelli e delle Università delle due Regioni, le certificazioni di qualità. I cronisti, come Renato Cantore, come Pino Nano, che hanno viaggiato e raccontato le Basilicate e le Calabrie sparse in tutto il Mondo, saranno nostri compagni di viaggio insieme con le popolazioni.

Vorremmo poter festeggiare il quindicesimo compleanno del Parco, di questi tempi, nell’anno 2008 che sta per entrare, chiamando le Americhe, dal Pollino, per dimostrare che l’America – nella sua accezione popolare che simboleggia prosperità e modernità – siamo anche un po’ noi.
E l’America, così come il Pollino, ne siamo certi, risponderà.
Sia quello in loco che quello “altrove”.

on. dott. Domenico Pappaterra

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